Partito di Alternativa Comunista

La Legge Trans spagnola: una vittoria della mobilitazione, ma non basta

La Legge Trans spagnola: una vittoria della mobilitazione, ma non basta

 

 

 

di Corriente Roja*

 

 

 

Recentemente, il Parlamento spagnolo ha votato e approvato il Progetto di legge per l’uguaglianza reale ed effettiva delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone Lgbt+, meglio conosciuta come la Legge Trans, a favore di un presunto progresso nel diritto giuridico della libera autodeterminazione di genere, l’aspetto più polemico della questione.
Il progresso effettivo riconosciuto nella Legge Trans, rispetto alla norma approvata nel 2007, è dato dalla rimozione della diagnosi psichiatrica e dei due anni di trattamento ormonale come requisito per modificare la menzione del genere registrato. Il progetto è stato approvato con 188 voti a favore, 150 contrari e 7 astenuti; tra questi, Carmen Calvo, l’ex vicepresidente del governo attuale e segretaria per l’uguaglianza del Psoe [Il Partito socialista, oggi al governo], che ha guidato la campagna dell’ala transfobica del Psoe in opposizione alla depatologizzazione delle persone trans.
Pur rientrando nel patto del governo tra Psoe e Up [Unidad Podemos], sono dovuti passare tre anni e decine di dichiarazioni pubbliche cariche di transfobia da parte non solo della destra, ma anche da chi ha incarichi governativi (come Carmen Calvo), affinché, alle porte di una nuova tornata elettorale e con l’indignazione delle proteste alle spalle, il governo più «progressista» della storia del Paese sia stato fedele a questa promessa infangata finora.
Si parla di una vittoria parziale, perché tra quello che ha proposto la comunità Lgbt+ in lotta a Unidad Podemos nel 2018 e quanto è stato approvato adesso effettivamente molte persone vengono «lasciate indietro», contraddicendo lo slogan governativo [«Nessuno verrà lasciato indietro»] che si sente dall’inizio della pandemia.
La lista è lunga: i minori di dodici anni non hanno ancora diritto all’autodeterminazione del genere; i maggiori di dodici anni e minori di sedici non posso autodeterminarsi, ma necessitano del permesso dei propri genitori/tutori legali; le persone non binarie non esistono giuridicamente; i migranti non potranno cambiare il proprio sesso registrato nella carta d’identità senza averlo prima fatto nel proprio Paese d’origine; i neonati intersessuali devono registrarsi o come maschi o come femmine entro il primo anno d’età. In più, non è garantito il finanziamento pubblico dei trattamenti medici per l’affermazione di genere delle persone trans che lo richiedano, lasciando che se ne occupino le comunità autonome.
Quest’ultimo punto è specialmente rilevante perché mostra la vera natura delle «politiche sociali» a costo zero dei governi padronali che si proclamano progressisti. I passi in avanti nei diritti legali è importante e, soprattutto, educativo per il movimento che se li guadagna tramite la lotta; però i diritti legali senza investimenti sociali non sono attuabili, rimangono solo sulla carta.
Come possono autodeterminarsi liberamente le persone trans senza, prima, emanciparsi materialmente? E come possono arrivare a farlo in un mercato del lavoro discriminatorio e con la riduzione degli investimenti nel pubblico impiego? Come potranno formarsi in un sistema educativo privo di risorse economiche per combattere la transfobia e sempre più affidato alle mani della chiesa?
Il progetto di legge non concretizza niente riguardo alle voci di bilancio che si dovrebbero dedicare alla promozione dell’impiego pubblico per le persone trans, così come non stabilisce delle quote garantite nei luoghi di lavoro; non stanzia nemmeno risorse per combattere la transfobia nell’Educazione e nella Sanità, in una dinamica generale di privatizzazione; il diritto all’alloggio non viene neanche menzionato.
Questa vittoria deve servirci per capire i limiti delle concessioni dei governi padronali alla nostra protesta e per continuare a portare avanti le nostre esigenze perché convergano nell’ampia lotta di tutta la classe operaia per un impiego degno, per la casa, per la sanità e per l’educazione pubbliche. Senza l’emancipazione materiale delle persone trans, l’autodeterminazione di genere non potrà liberarsi della transfobia imperante in tutte le sfere sociali, come parte dell’ideologia dominante che utilizza la discriminazione per sfruttarci di più, per dividerci come classe. Ogni persona trans disoccupata o ogni persona migrante senza contratto fa pressione al ribasso per i salari; quindi i padroni sfruttano la necessità delle persone più oppresse per ricattare tutta la classe operaia: «se non accetti le mie condizioni, altri più disperati di te lo faranno».
La libera autodeterminazione di genere deve essere una rivendicazione di tutta la classe operaia, che deve pretendere:

- Ritiro di tutti i tagli alla sanità e all’educazione pubblica. Risorse economiche per combattere l’omobitransfobia e ascoltare le necessità della comunità lgbt.

- Creazione di impieghi e alloggi pubblici. Ritiro di tutte le privatizzazioni dei servizi pubblici. Quote lavorative per tutte le comunità oppresse e accesso ad affitti sociali.

- Educazione al 100% pubblica. Neanche un euro alla chiesa! Fuori la chiesa dalle nostre aule! Introduzione dell’educazione sessuale a tutti i livelli educativi!

 

*Sezione della Lit-Quarta Internazionale nello Stato Spagnolo

 

[Traduzione dallo spagnolo di Alessia Parlato]

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